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Catalogna e “l’indipendenza che non c’è”

Catalogna e “l’indipendenza che non c’è”

Risale a venerdì scorso, il 27, l’atto che ha visto la maggioranza del parlamento catalano approvare l’istituzione della Repubblica della Catalogna. Ad oggi però, a distanza di giorni, tale repubblica nei fatti sembra non essere mai nata.

I motivi relativi a questo fallimento sono molteplici e non tutti imputabili alla volontà del governo centrale di Madrid.

Da un lato infatti, se è vero che l’applicazione dell’art. 115 della Costituzione spagnola, che consente al governo centrale di imporre alle Comunità Autonome (come lo è la Catalogna) il rispetto degli obblighi la cui violazione potrebbe portare ad un “attentato agli interessi generali della Spagna”, ha fatto sì che sabato 28 Carles Puigdemont venisse ufficialmente rimosso dal suo incarico di Presidente della “Generalitat de Catalunya” (il governo della Catalogna, ndr). Dall’altro, però, è anche vero che tanto Puigdemont quanto diversi membri del suo governo avevano precedentemente dichiarato di non riconoscere la legittimità di tali misure e che avrebbero proseguito per la loro strada.

Ma l’affermazione di intenti non è stata seguita da atti pratici. Il governo catalano, infatti, non ha mai varato i decreti attuativi relativi alla “legge di transitorietà” precedentemente approvata.
Questa avrebbe dovuto fungere da “costituzione provvisoria” della repubblica catalana volta a garantire un certo grado di sicurezza giuridica fino alla convocazione di un’assemblea costituente, che avrebbe poi redatto la costituzione vera e propria.

I decreti sarebbero dovuti essere varati sempre lo scorso venerdì, data in cui però, in considerazioni dei diffusi malumori che si erano propagati in seno alle stesse istituzioni catalane a seguito della dichiarazione unilaterale di indipendenza, si era ritenuto più opportuno posticipare il tutto ad un momento di maggiore tranquillità.

Ma quel momento non è mai giunto e, allo stato attuale, pare difficile ritenere che possa mai giungere.

Proprio nelle stesse ore infatti il premier spagnolo Mariano Rajoy dichiarava sciolto il parlamento catalano, decaduto il presidente del governo locale e tutti i membri di quest’ultimo.

A confermare l’entità dell’impatto del provvedimento sia la dichiarazione della Presidente del parlamento catalano Carme Forcadell che, da sostenitrice dell’indipendentismo, lo scorso lunedì ha dichiarato di riconoscere che il “Parlamento era stato sciolto” dal governo di Madrid, sia l’atteggiamento dello stesso Puigdemont.
Questi sempre nella giornata di lunedì, nonostante tramite i suoi canali social avesse lasciato intendere di trovarsi presso Palau de la Generalitat (il palazzo del governo catalano) per continuare a svolgere il proprio lavoro, coerentemente con quanto dichiarato in precedenza, era in realtà in viaggio verso Bruxelles.

Tutto questo avveniva poche ore prima della comunicazione del procuratore generale spagnolo José Manuel Maza di aver presentato alla Corte Suprema spagnola e alla Audiencia Nacional (un’altra alta corte spagnola) due denunce per ribellione, sedizione, malversazione e altri reati contro i responsabili della dichiarazione d’indipendenza della Catalogna, tra i quali lo stesso Puigdemont, e che potrebbero comportare pene fino a 30 anni di reclusione.

Le speculazioni in merito al “viaggio” di Puigdemont in Belgio sono state diverse. Molti hanno letto la vicenda come il tentativo da parte dell’ex presidente della Generalitat di avviare le procedure per la richiesta di asilo politico, forse per continuare a condurre la sua campagna da un “luogo sicuro”.

Tale tesi sembra essere momentaneamente accantonata dall’avvocato di Puigdemont che ha fatto sapere che “per il momento” l’ex Presidente non ha intenzione di chiedere l’asilo in Belgio pur aggiungendo che “Teniamo aperte tutte le opzioni e studiamo tutte le possibilità. Abbiamo tempo” e che “Puigdemont non tornerà in Spagna nelle prossime settimane e di sicuro non andrà all’udienza”.

Puigdemont intanto, in occasione di una conferenza stampa tenutasi a Bruxelles ha dichiarato “Noi non abbiamo mai abbandonato il governo, noi continueremo a lavorare. Non sfuggiremo alla giustizia ma ci confronteremo con la giustizia in modo politico” e ancora “se mi fosse garantito un processo giusto, allora tornerei subito in Catalogna per continuare a lavorare”.

Sul tema si è registrato anche il commento del ministro degli esteri spagnolo Alfonso Dastis: “sarebbe sorprendente” se Puigdemont ottenesse l’asilo politico in Belgio. Fra paesi Ue “non sarebbe una situazione di normalità“, ha aggiunto.

Adesso non resta che osservare quanto accadrà in occasione del prossimo 21 dicembre. Data in cui sono previste le elezioni anticipate indette dal primo ministro Rajoy e alle quali parteciperà anche il partito di Puigdemont.

Per il momento però per una Catalogna posta sotto commissariamento dal governo centrale e con i principali esponenti del governo autonomo fuori dal paese, quella dell’indipendenza sembra essere una prospettiva molto distante.

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