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Quando il male di vivere non viene riconosciuto…

Quando il male di vivere non viene riconosciuto…

La Dott.ssa Ines Catania, psicologa, analizza oggi l’ennesima tragedia, l’ennesima sconfitta per l’essere umano: decidere intenzionalmente di togliersi la vita per mettere fine a qualcosa… ma a cosa?

Sicuramente, senza bisogno di troppi tecnicismi, si tratta semplicemente di mettere fine ad una sofferenza, ad un disagio.

Ed è questo quello che probabilmente è accaduto all’uomo di 46 anni che si è lanciato dal viadotto Ritiro, a Messina. Giù da quaranta metri. Quindi la consapevolezza di non lasciarsi alcuna possibilità di sopravvivenza. La certezza di farla finita, di far vincere questo “insostenibile male di vivere”…

A pochi giorni dall’ultima tragedia che vedeva l’uomo spingere la figlia dodicenne dal cavalcavia per poi suicidarsi. Azioni estreme, inspiegabili, inaccettabili…

E che si tratti di disturbo dissociativo, amnesia, scarso controllo dei freni inibitori o momentaneo “ raptus di follia” poco importa per i “non addetti ai lavori”.

Si parla semplicemente di stati di sofferenza non gestiti nel modo corretto.

Si tratta di pensieri disfunzionali negativi correlati a scarse abilità di coping o fronteggiamento dello stress.

Si riconduce tutto ad una immensa fragilità ed impotenza di fronte alle prove che la vita ci mette di fronte.

Quindi, piuttosto che delineare diagnosi, visto gli ultimi epiloghi, sarebbe auspicabile adottare misure preventive. E per farlo, ci si deve riconoscere, si deve ammettere anzitutto di avere un problema.

Pertanto, la prima forma di aiuto che la persona si può dare è anzitutto riconoscere di avere un problema, comprendere il proprio stato di sofferenza.

Abbandonare totalmente la convinzione e presunzione di potercela fare da soli.

Giunti a certi stadi, da soli non se ne può uscire.

Quindi la seconda forma di aiuto è saper riconoscere di aver bisogno di qualcuno, che non sia semplicemente un amico, ma uno specialista che lavori sulle potenziali risorse della persona e le fortifichi.

Il solo fatto di concedersi uno spazio tutto per sè dove potersi sentire accolti, compresi ed accompagnati è una grossa risorsa per la persona che soffre. E non è assolutamente vero che chi si rivolge ad uno psicologo è un pazzo o un debole, come erroneamente si crede.

Chi chiede aiuto e riconosce di avere un problema, è molto più forte di quanto si pensi, perchè vuole trasformare i propri limiti in risorse.

Chissà quante sofferenze si potrebbero esternare e quante tragedie si potrebbero evitare se e solo se…

Le sofferenze dell’animo non sono meno di una pancreatite, una cefalea, una tendinite o altro. Provocano dolore anch’esse, e come tutti gli altri fastidi, vanno attenzionate e curate. Riflettiamo!

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