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Aspettando l’ambulanza

Aspettando l’ambulanza

Riceviamo in redazione la lettera inviata dal dott. Giovanni Caminiti che pubblichiamo integralmente.

E’ sabato mattina. Intorno alle 8. 45 sono testimone di un incidente. Una macchina urta uno scooter. Scuterista a terra. Mi precipito per dargli soccorso ed un capannello di gente si materializza dal nulla. Lo scooterista è in sensi. Mentre gli chiedo come sta e gli pongo le domande di rito, mi rendo conto che più persone stanno chiamando l’ambulanza. Nulla di grave per il paziente, forse addirittura nulla, ma dice di avere sbattuto col casco per terra. Meglio essere prudenti. Lo visito, per quanto mi è possibile, in attesa del l’ambulanza; penso che dal Papardo arrivi in pochi minuti.

Intanto passa un collega, un caro amico, ortopedico. Gli chiedo di controllare il paziente. Mi conferma che non ci sono danni rilevabili per quello che può vedere col paziente sdraiato sull’asfalto.
Ma dell’ambulanza non c’è traccia.
Guarda caso passa da lì anche un altro collega, un caro amico neurologo. Altra consulenza specialistica, negativa come la prima.
Ma dell’ambulanza non c’è traccia.
Mi sento tranquillo, ma la gente mormora sul ritardo dei soccorsi: “dal Papardo, con la sirena, ci vuole un attimo, invece pare che siamo nel terzo mondo”; “chi sa che stanno facendo, forse si dovevano prendere il caffè”; e la più classica di tutte”uno che deve fare ? deve morire per avere soccorso?”
E’ mai possibile che sia sempre, per preconcetto, colpa dei sanitari ?
Intanto è arrivata anche un’infermiera che si è offerta di dare assistenza. In pratica un piccolo Pronto Soccorso sulla strada
Mi allontano dal crocicchio che staziona intorno allo scooterista. Voglio capire da dove deve arrivare l’ambulanza, forse quella del Papardo era già in missione. Chiamo il 112 (numero unico di emergenza), mi qualifico, spiego dove mi trovo e riferisco che ancora non era arrivata un’ambulanza chiamata da oltre 25 minuti. Con solerzia mi chiedono di restare in linea mentre mi passano il 118. E una voce suadente mi dice in tutte le lingue dell’emisfero occidentale che, per piacere, devo attendere. Quando passa alle lingue del vicino oriente sento la sirena dell’ambulanza e chiudo.
Mi chiedo se le innovazioni siano tutte utili; la lungaggine è stato un caso o “si stava meglio quando si stava peggio”?
Comunque, quando il primo soccorsista salta giù dall’ambulanza, nell’avvicinarsi all’infortunato non chiede cosa sia successo.
Chiede scusa del tempo di attesa. Sono dovuti arrivare da Messina. Hanno fatto il più in fretta possibile.
Poi, un intervento perfetto: protocolli rispettati con precisione e puntualità; atti medici praticati con attenzione e professionalità; costantemente il sorriso e parole di conforto per il paziente;
mi ero qualificato e hanno avuto il pensiero di rivolgermi sguardi rassicuranti e qualche parola più tecnica sullo stato (buono) dell’ infortunato.
Da parte mia un solo pensiero: bravi ragazzi, grazie per tutto quello che fate ogni giorno. Grazie di esistere.
Questo deve valere da insegnamento e monito a chi vorrebbe tagliare, per motivi economici, i presidi di soccorso e il personale.
Se l’infortunato fosse stato emorragico, o con trauma cranico, o con danni neurologici, o con una perforazione toracica … mezz’ora per l’arrivo dei soccorsi … sarebbero stati tardivi.
Ma le ambulanze non volano né si teletrasportano. Per coprire una decina di chilometri nel traffico il tempo ci vuole.
Quindi ci vogliono ambulanze e medici correttamente dislocati sul territorio. La vita di un povero diavolo disteso sull’asfalto (o anche in un letto di sofferenza) non ha prezzo a pagarsi. Un’Azienda deve fare i suoi conti economici ma, in Sanità, il patrimonio di base da tutelare è rappresentato dalla salute e dalla vita delle persone.
Chi ha orecchie per intendere, intenda. Chi ha il potere di fare, faccia. E chi può non disfare, si astenga dal rovinare tutto

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