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Alla riscoperta di Messina: Don Giovanni D’Austria

Alla riscoperta di Messina: Don Giovanni D’Austria

È l’alba del 15 settembre 1571, nel porto di Messina sono ancorate più di 200 galee ordinarie, 6 grandi galeazze, 30 navi, tra fuste e brigantini e galeoni. Uno spettacolo così imponente e minaccioso non si era mai visto.
Le navi issano gli stendardi della Repubblica di Venezia, di Genova, dello Stato Pontificio, dell’Impero spagnolo con i Regni di Napoli, Sardegna e Sicilia, dei Ducati di Savoia, Urbino e quello, inconfondibile, dei Cavalieri di Malta.

Quasi 80.000 uomini tra marinai, rematori e soldati sono pronti a salpare per il più grande scontro navale dell’antichità, la Battaglia di Lepanto, che cambierà la storia dell’Europa.
Il contesto è quello della lotta per il controllo del Mediterraneo, minacciato dal crescente espansionismo ottomano che induce Papa Pio V a farsi promotore della “Lega Santa”, stretta fra Stato Pontificio, Spagna, Venezia e altri Stati aderenti.

Il comando supremo di questa imponente flotta fu affidato al figlio naturale di Carlo V di Spagna, il ventiquattrenne Don Giovanni d’Austria, raffigurato nel monumento in bronzo di Piazza dei Catalani, distintosi per le sue doti di valente e carismatico condottiero, mostrate durante la repressione della rivolta dei mori andalusi del 1568.

In realtà la battaglia non avvenne a Lepanto ma nelle acque delle Isole Curzolari, in Grecia, ed è lì che Don Giovanni dopo essere salpato da Messina il 16 settembre, schierò le proprie navi in formazione serrata contro la minacciosa flotta turca al comando di Alì Pascià.

Per quasi cinque ore 180 mila uomini si fronteggiarono in feroci corpo a corpo ed al tramonto la battaglia volse a favore dell’Alleanza. La sconfitta per i Turchi fu pesante: 117 galee furono catturate, circa 80.000 uomini uccisi tra cui il loro comandante e circa 10.000 uomini furono presi prigionieri. Sul fronte dei Cristiani le perdite furono inferiori ma pur sempre consistenti: 15 galee vennero perse, 7500 furono i morti e 15000 i feriti.
La battaglia di Lepanto fu la prima grande vittoria di una flotta cristiana contro l’Impero Ottomano e segnò l’inizio della sua decadenza marittima.

Tornata a Messina la flotta vittoriosa venne accolta con grandi festeggiamenti, e fu messo a disposizione per i feriti il Grande Ospedale, che sorgeva sull’area dell’attuale Palazzo di Giustizia e dove venne ricoverato anche “El monco de Lepanto” Miguel de Cervantes, autore del Don Chisciotte della Mancia. La vittoria venne attribuita alla intercessione dell’augusta Madre del Salvatore, Maria e Pio V dedicò il giorno 7 ottobre a Nostra Signora della Vittoria, successivamente trasformata da Gregorio XIII in Nostra Signora del Rosario.

Per commemorare l’evento il Senato messinese commissionò, nel 1572, allo scultore e architetto carrarese Andrea Calamech una statua in bronzo dorato in onore di Don Giovanni, ritenuto l’eroe indiscusso di Lepanto.

La statua riproduce il volto del condottiero, anche se con qualche concessione alla iconografia della ritrattistica ufficiale del tempo. Indossa l’armatura spagnola i cui finissimi dettagli si narra siano stati minuziosamente riprodotti da quella originale; la mano destra impugna il bastone del comando a tre fasci, per designare la triplice alleanza, mentre la mano sinistra è posata su uno spadone con ricco e intrecciato guardamano, poi sostituito durante i restauri del 1852 da una spada a semplice impugnatura a croce. In segno di vittoria Don Giovanni calpesta il capo reciso del comandante della flotta turca Müezzinzade Alì Pascià.

Nei quattro lati della base in marmo sono incastrate altrettante tavole in bronzo. In quella principale un’iscrizione ricorda la data della costituzione della Lega, la data di partenza della flotta, del combattimento e del ritorno, il numero delle navi partecipanti ed i nomi dei senatori del tempo. Nello zoccolo un distico dell’abate Maurolico.
Nel bassorilievo di sinistra è rappresentata la disposizione delle flotte antagoniste; in alto a sinistra sono le isole Curzolari, in centro la costa dell’Epiro, a destra il Golfo di Lepanto con i due castelli che difendevano l’entrata.
Nel successivo rilievo bronzeo è raffigurata la cruenta battaglia e la fuga di alcune navi turche tra i rottami delle navi distrutte.
Infine nell’ultimo bassorilievo, particolarmente interessante poiché mostra la pianta della città sul finire del XVI secolo, è raffigurato il ritorno della flotta vittoriosa a Messina.

Il monumento, collocato nel 1573 nella piazza del Palazzo Reale, antistante l’attuale Dogana, fu danneggiato durante la rivolta antispagnola del 1674 e dal rovinoso terremoto del 1783. Nel 1853 venne spostato nella Piazza dell’Annunziata, antistante la distrutta Chiesa della SS. Annunziata dei Teatini, dove adesso sorge la chiesa di Sant’Antonio Abate, nel Corso Cavour.
Il terremoto del 1908 non lo danneggiò, tuttavia a seguito della successiva ristrutturazione urbanistica della città, dopo numerose vicissitudini e non poche polemiche la statua fu posta nella Piazza dei Catalani, dove oggi si trova.

Una copia esatta del monumento è stata realizzata nel 1978, su calco dell’originale di Messina, per commemorare il 400° anniversario della morte del condottiero, ed è stata collocata a Ratisbona, in Baviera, dove Don Juan era nato nel 1547.

Dal 2009 il fastoso sbarco a Messina di Don Giovanni d’Austria, precedente alla Battaglia di Lepanto, viene rievocato con una parata di personaggi che sfilano con costumi d’epoca. Inoltre, una targa commemorativa posta di fronte la Batteria Masotto ricorda il luogo da cui salpò la flotta cristiana, il 16 settembre 1571.

Gabriella Papa

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