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Un messinese a Lodi e la Cattedrale che non c’è più

Un messinese a Lodi e la Cattedrale che non c’è più

“I sogni senza fine/in una casa al mare/che poi non era al mare/ma lo immaginavamo”. Così recita una canzone di Riccardo Sinigallia, “Finora”. Faccio coming out: sono un messinese profondamente innamorato della propria città. Ma se c’è un posto che, fuori dallo Stretto, occupa un posto nel mio cuore, questo è Lodi.

Lodi è stata e sempre sarà “la mia casa al mare che poi non era al mare”. Il mare di nebbia che avvolge la città la mattina presto. Il mare di campane che a stormo suona in ogni momento della giornata.Il mare di tristezza che mi provocava, da bambino, l’allontanarmi da essa. Lodi è il grembo che ha tenuto dentro i momenti più belli della mia infanzia. Un sogno di libertà fatto borgo. Un’ipotesi di futuro anteriore, perché di semplice Lodi non ha proprio nulla. Misi piede lì per la prima volta da bambino, nel 1991.

Andavamo a trovare i miei zii per festeggiare assieme il Natale e stavamo diversi giorni in una casa nel centro della città. Scoprii per la prima volta la magia dell’inverno. I tetti e i prati bianchi di brina nelle giornate serene. La neve a terra delle settimane precedenti, ma qualche volta si aveva la fortuna di assistere a una fioccata dal vivo(ricordo ancora quella del 1995). L’odore dei nebbioni celebrati da Federico Fellini ed Ermanno Olmi, quelli in mezzo a cui non avevi neanche la possibilità di vedere la casa di fronte.

La nebbia ti permetteva di far volare la fantasia, di sentirti protetto, ovattato. Le vie ordinate, silenziose, piene di biciclette e di qualche vecchio che parlava in dialetto. Il suono delle campane già dalla mattina, un suono infinito, martellante, come a scandire la giornata, come vivessimo ancora nella società contadina che di quelle campane aveva bisogno. Qualche volta a mezzogiorno mi fermavo a osservarle mentre si muovevano dentro i campanili, come fossero ballerine di danza classica che davano spettacolo. Il gusto delle meringhe con la panna, tipicamente locali, che inspiegabilmente neanche i lodigiani apprezzano come dovrebbero.

I palazzi coi mattoncini, tipicamente lombardi, che sono belli anche da toccare e che, come direbbe Gianni Brera, cantore della “bassa” (così si chiama questo tratto di Pianura Padana) brillano al sole in una maniera tutta particolare. La scenografia del Barocco lodigiano e delle sue Chiese, così come quelle in stile Romanico. I segni del Rinascimento, del  Neoclassico.

La meravigliosa Piazza Duomo, l’unica in Italia col porticato ancora tutto intero, definita una delle più belle della nostra sorprendente Nazione. Sentivo, da bambino, che un giorno in questo luogo ci avrei vissuto. In un giorno del 2018, ormai più che trentenne e con le prime rughe a solcare il volto (e con un paio di trasferte “nordiche”già alle spalle) decisi di riprendere in mano questo sogno. Così, approfittando di una offerta di lavoro, qui ci ho vissuto davvero.

La città oggi è molto diversa da allora. E’ al centro delle polemiche per alcune iniziative politiche del Comune verso gli stranieri, ma non è ostile alle diverse comunità presenti in città, rumeni in primis (a proposito: proprio a Lodi ho amato infinitamente la compostezza di questo popolo). Si sente distante dal meridione ma non dai meridionali come trent’anni fa(quando nei bar mi guardavano male quando chiedevo le “masticanti”). Anzi, con una fascinazione particolare per la Sicilia: non c’è lodigiano che per strada, al bar, tra amici non parli della Sicilia come un luogo dove vivere anche in modo permanente. E’ una città, purtroppo, più inquinata di allora, addirittura ai primi posti in Italia.

I mercati brulicano ancora di merci interessanti, e grazie ai tanti forestieri anche qui qualcuno inizia a “banniare”, a gridare per pubblicizzare la merce. La gente va ancora di fretta, ma meno che nel passato: e poi non si pranza più a mezzogiorno, non si cena più alle sette. I ritmi sono più rilassati e più omologati al resto dell’Italia (anche se trovi qualche signore anziano che pranza e cena prestissimo, come in Inghilterra o in Francia).

Non ci sono moltissimi locali per giovani sotto i 40 anni, proprio come trent’anni fa, ma piazza Duomo si anima ugualmente nel weekend ed è un piacere sentire il vociare dei ragazzi tra i portici. E, grazie al clima ormai più caldo, i tavolini fuori dai bar sono aperti anche a gennaio.Con la Chiesa cattolica sempre al centro della scena, e non solo per le Chiese e le campane: l’oratorio – l'”uratori” – è ancora oggi un luogo dove si mandano i propri figli. Ma più multietnica e dunque più piena di confessioni diverse.

Il clima, invece, è completamente stravolto. I nebbioni sono un ricordo del passato, tranne in qualche mattino d’inverno. Non riesce più a nevicare bene, ma neanche a piovere. L’Adda è in secca, scarno, uno scheletro d’acqua. A Febbraio venti gradi come fossimo in aprile. Ormai sono quindici anni che va avanti così, e non è catastrofismo: sono i dati a confermarlo.

E il vento. Prima quasi assente tra le rogge e i filari di pioppi della grande pianura. Tante giornate di vento, anche forte. E in una di queste è crollata la Cattedrale Vegetale, un’opera d’arte del lodigiano Mauri realizzata interamente con elementi naturali. Il crollo della Cattedrale Vegetale è il simbolo di come un elemento estraneo alla storia climatica della città possa irrompere e distruggere qualcosa di bello.

Con l’arrivo del vento Lodi è davvero cambiata, come se quel grembo gelido della mia infanzia fosse ormai del tutto irriconoscibile e spazzato via. Ma forse è la mente stessa a trasfigurare le cose, e a non rendersi conto che non c’è niente di immutabile, e che cambiamo anche noi. Tornato a Messina posso dire che Lodi è stato davvero un grembo fertile, seppur diverso dal passato, da cui poter ripartire verso casa.

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