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Un’altra vita spezzata a causa di un tragico destino: come vivere il dolore e come gestirlo

Un’altra vita spezzata a causa di un tragico destino: come vivere il dolore e come gestirlo

Ancora Messina piange la tragica morte di una giovane vita, a distanza di appena un mese dall’altra dipartita.Il nostro pensiero corre subito dai ragazzi, improvvisamente scomparsi, alla loro tragica interruzione di un percorso progettuale; ai genitori, ai familiari tutti, agli amici che, in qualche modo, dovranno trovare una valida ragione per andare avanti.In questi casi ci si chiede dove possa trovarsi la forza e da dove poter cominciare.

Il primo passo è “elaborare”, che significa costruire un orizzonte di senso dove, nonostante l’assenza della persona amata, si possa desiderare di continuare a vivere e darsi funzioni, compiti e obiettivi.

E’ naturale che ci voglia del tempo prima di riuscirci; poiché prima di elaborare si dovrebbe guardare in faccia la rabbia per ciò che è successo ed accettarlo. Ciò non vuol dire liberarsene totalmente perché è pressoché impossibile, ma bisogna ammettere a se stessi di essere arrabbiati perché qualcosa non e’ andato come previsto, perché la morte improvvisa di un figlio non potrà mai rientrare nei criteri di accettazione di un genitore. E se ogni morte porta con sé la sua tristezza, il suo immenso dolore, quella di un figlio è invalidante, poiché infrange uno schema di ordine familiare, gerarchico, affettivo…insomma, se potete – passarmi il termine – è “anti-fisiologico”!!!!!!

Questa rabbia deve trovare un limite: non bisogna rinunciarci, ma occorre trovare un modo di utilizzarla. C’è bisogno della possibilità di raccontare la rabbia, l’angoscia, di vederle riconosciute e legittimate. Da lì in avanti si può provare a cambiare, a diventare diversi, un po’ alla volta. Ma a chi ha subìto un lutto non serve né dire quello che deve, né quello che non deve fare.

Trascorrendo le ore, i giorni, i mesi, l’incredulità iniziale va scemando e si ristabilisce un contatto con la realtà, che prima sembrava solo un terribile incubo. Quello che può aiutare un genitore, che non scelga di farsi supportare da chi di competenza ma  vuole affrontare da solo il proprio dolore, è pensare, se cosi è successo, che il figlio non abbia sofferto morendo: è pacificante, rassicurante. Anche poter immaginare che il proprio figlio si trovi da qualche parte è sempre utile: per i cristiani, ad esempio, c’è un’altra vita dopo la morte. Se invece non si crede che ci sia qualcosa dopo la morte, può aiutare pensare che il nulla significa anche assenza di sofferenza: “il braccio che non ho, non può farmi male”.

Un pensiero utile ma non risolutivo, può invece essere che quel figlio ha vissuto quel tanto da godere di quello che la vita offre prima di doversi prendere delle responsabilità, di incontrare il fallimento e il dolore.

Oltre l’auspicabile aiuto di un professionista con competenze psicologiche, preparato ed empatico, possono essere utili i gruppi di mutuo aiuto, il dialogo con gli amici, i parenti, i vicini di casa. Non si tratta comunque,di due alternative fra cui scegliere: sono complementari.

E, ricollegandomi ad una frase di  Schopenhauer, affermo che : ” Il grande dolore che ci provoca la morte di un buon conoscente ed amico deriva dalla consapevolezza che in ogni individuo v’è qualcosa che è solo suo, e che va perduto per sempre.”

Dott.ssa Ines Catania

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