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Il monastero di Santa Maria di Mili
Monastero di S.Maria MIli
Categoria: Messina che scompare / Tag:
13/04/2012 08:32:26

Correva l’anno 1090 quando il Gran Conte Ruggero il normanno fondava, nella vallata del Casale di Mili San Pietro, il complesso religioso dedicato a Santa Maria: “[…] nel territorio della  città di Messina edificai un tempio di Santa Maria Vergine nel fiume nominato di Mili, ed ordinai un convento ad un prenominato abate Michele, acciò conducesse altri monaci che potesse trovare; e comandai dare ai medesimi tutte le cose necessarie alla comodità del monastero, e all’aggregazione fraterna, affinché potessero più facilmente pregare per tutto il genere cristiano, e per me peccatore […] Inoltre donai a loro un luogo sufficiente con la mia bolla, cioè: monti, valli, campi, alberi fruttiferi […] Questi luoghi annotati di sopra, e giurisdizione loro donai al detto abate, affinché li tenga e possegga e abbi potestà in essi tanto esso quanti futuri abati, e nessuno li impedisca e perturbi, e faccia molestia o alcuno di farvi fatta giurisdizione ma li conservi stabili e immutabili sino alla fine del mondo”. Gli unici obblighi del monastero, precisava puntigliosamente Ruggero nel diploma di fondazione dato a Messina, erano quelli di dare al Vescovo in visita “[…] duos panes et unam fialam vini et non aliud” e, per se stesso, come “[…] Dominus loci et patronus … herbas et fructus”.

Il complesso monastico veniva ultimato due anni dopo, nel 1092, e a testimoniare la grande considerazione ed affetto che il Gran Conte nutriva per Santa Maria di Mili, lo stesso anno vi seppelliva il figlio Giordano, morto in battaglia a Siracusa:”Giace nell’antico tempio, composto in marmoreo sepolcro con apposita epigrafe […]”, scrive nel ‘700 Cajo Domenico Gallo.

Fra un salmodio e l’altro, fra un inno Akatisto e l’altro, scorreva senza fretta la vita nel cenobio scandita dalle ore canoniche e regolata dal “Typikon” di Luca, santo monaco basiliano che nel 1134 verrà  messo a capo dell’Archimandritato del Santissimo Salvatore, sulla punta estrema della penisola falcata nell’ansa portuale: “Durante tutto l’anno, salvo la Quaresima, i monaci mangeranno legumi e pesce. Carne e formaggio sono rigorosamente proibiti […] In tempo di Quaresima anche il pesce non è più permesso e i monaci non mangeranno altro che pane e fave cotte nell’acqua […] a nessun monaco è lecito tenere presso di sè oro, argento o denaro. Né l’abate né i monaci vestano calze bracate e chi contravviene a questa prescrizione sia scomunicato dalla comunità e faccia degna penitenza […] I monasteri siano separati da donne, anche se religiose perché quello chi adopera lo foco accostato con la paglia questo adoperano le donne accostando ai monaci […] E’ pure proibito fare tenere figlioli in Christo, cioè ragazzi nel monastero, per evitare peccati più gravi e più facili […] Proibita ogni specie di caccia. Una sola caccia è permessa al monaco: la virtù”.

Nel 1478 viene nominato abate commendatario nientemeno che il sovrano Alfonso d’Aragona in persona che, in tale veste, ha diritto di voto nel Parlamento siciliano. E per altri quattro secoli il monastero è, non soltanto culla dell’ascetismo basiliano, ma centro di cultura dove copisti e miniaturisti riproducono antichi codici liturgici. Fino a quando arriva la mazzata, sottoforma della cosiddetta “legge eversiva” sullo scorporo dei beni ecclesiastici e soppressione degli Ordini monastici, nel 1866: il complesso abbaziale viene ceduto a privati ed ha inizio, così, la sua lenta ed inesorabile decadenza, venendo addirittura riconvertito in porcilaia e stalla per bovini.

Oggi, nel silenzio di morte rotto di tanto in tanto soltanto dal vento che sbatacchia vecchi usci tarlati, un tempio di mirabile architettura nel quale si condensano le varie tendenze e correnti d’arte prevalentemente arabe e bizantine esistenti in Sicilia, in un’epoca cosmopolita quale fu quella normanna; un pregevole portale marmoreo del  1511 di accesso alla chiesa con un bel bassorilievo raffigurante la Madonna col Bambino; l’interno con in fondo le tre piccole absidi in mattoni dove aleggia, palpabile, una mistica atmosfera medievale; la cupola di matrice araba sostenuta agli angoli da delicati archetti pensili sovrapposti; la preziosa trina degli archi ogivali nel prospetto laterale che si rincorrono e si incrociano, armoniosamente, presso la cuspide, emergono in un contesto di desolante sfacelo.

Come gigli in un campo di fave.

Me7.it Redazione



3 Commenti


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COMMENTI

Miloto85
Miloto85 / 13/04/2012 17:15:01
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... ovvero illegalità e disinteresse a braccetto/2

Evitando di cadere in sterili denunce, ci rimbocchiamo le maniche e presentiamo proposte concrete, con tanto di previsioni progettuali e di reperimento di fondi, con l'obiettivo, più che soltanto di aprire il monumento alla visita, di valorizzarlo come risorsa culturale, con le ovvie ricadute in termini economici e occupazionali che ciò comporterebbe. Le inesistenti risposte alle nostre sollecitazioni, particolarmente numerose negli ultimi mesi, sono la misura di quanto noi giovani "contiamo" nella nostra città. Si aspetta soltanto che andiamo via da qui, che tutto torni tranquillo e nessuno si scomodi a intervenire su una situazione tanto marcia.

Miloto85
Miloto85 / 13/04/2012 17:14:32
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... ovvero illegalità e disinteresse a braccetto/2

Evitando di cadere in sterili denunce, ci rimbocchiamo le maniche e presentiamo proposte concrete, con tanto di previsioni progettuali e di reperimento di fondi, con l'obiettivo, più che soltanto di aprire il monumento alla visita, di valorizzarlo come risorsa culturale, con le ovvie ricadute in termini economici e occupazionali che ciò comporterebbe. Le inesistenti risposte alle nostre sollecitazioni, particolarmente numerose negli ultimi mesi, sono la misura di quanto noi giovani "contiamo" nella nostra città. Si aspetta soltanto che andiamo via da qui, che tutto torni tranquillo e nessuno si scomodi a intervenire su una situazione tanto marcia.

Miloto85
Miloto85 / 13/04/2012 17:14:06
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... ovvero illegalità e disinteresse a braccetto/1

Da decenni l'associazione giovanile di cui faccio parte (il Centro Turistico Giovanile, gruppo "L.A.G. Proteggiamo la natura" di Mili San Pietro) si muove per sensibilizzare opinione pubblica e Istituzioni sul grave problema dell'abbandono del monumento, e da un paio d'anni lo fa insieme ad altre tre realtà associative giovanili della zona Sud (Ionio, GioSeF Messina, Piattaforma Creativa). Continuiamo inutilmente a segnalare alle Istituzioni preposte la continua violazione delle norme su tutela e valorizzazione del Codice dei Beni Culturali,  l'illegittimità della attuale situazione giuridica della chiesa, il disinteresse ed il degrado che avvolgono l'importantissimo bene.