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Estorsione pluriaggravata dal metodo mafioso: due persone in carcere

Estorsione pluriaggravata dal metodo mafioso: due persone in carcere

Eseguita dai poliziotti della Squadra Mobile l’ordinanza di misure cautelari in carcere, emessa il 13.9.2018 dal GIP presso il Tribunale di Messina su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Messina, diretta dal Procuratore della Repubblica Dott. Maurizio de Lucia, a carico di due soggetti ritenuti responsabili del delitto di estorsione, pluriaggravato dal metodo mafioso e dall’appartenenza degli autori ad associazione di cui all’art. 416 bis C.P.

Si tratta di fatti commessi a Messina, dal 22 dicembre 2015 al 22 settembre 2016.

I due arrestati (che si trovavano già ristretti in carcere, per altra causa) sono Antonino Spartà, nato a Messina il 20.02.1962, già noto alle forze dell’ordine e detenuto presso la Casa Circondariale di Frosinone dal 24.4.2018, in esecuzione di ordine di esecuzione emesso dalla Procura Generale di Messina n° SIEP 129/2018; è il fratello del boss SPARTA’ Giacomo, capo indiscusso e promotore storico del clan di Santa Lucia sopra Contesse, in atto detenuto al regime ex art. 41 bis O.P., e Gaetano Nostro, (inteso “Dente i zappa”), nato a Messina il 24.2.1969, pluripregiudicato anche per reati di criminalità organizzata, in atto detenuto nella Casa Circondariale de L’Aquila, in regime di 41bis Ord. Pen., siccome colpito dall’O.C.C. in carcere n. 7220/2011 R.G.N.R. DDA Messina (operazione “Matassa”); è considerato “luogotenente” del gruppo criminale messinese di Santa Lucia sopra Contesse, insieme a Raimondo Messina (inteso “Saro”).

L’ordinanza eseguita in data odierna costituisce esito di attività investigativa, delegata alla Squadra Mobile di Messina dalla DDA peloritana, volta a far luce sui delicati rapporti intercorrenti tra alcuni esponenti della criminalità organizzata, appartenenti al clan di Santa Lucia sopra Contesse, all’indomani della succitata operazione “Matassa”, ed un imprenditore di servizi distinto da una sintomatica “disponibilità” in ordine al soddisfacimento di richieste di lavoro provenienti dagli esponenti della criminalità organizzata.

I successivi approfondimenti investigativi permettevano di chiarire che l’imprenditore fosse effettivamente vittima dei suddetti esponenti mafiosi, risultando da essi costretto – con minaccia consistita nel far valere la propria caratura criminale e l’appartenenza a posizioni apicali dell’organigramma della consorteria mafiosa messinese – ad assumere, rispettivamente, Antonino Spartà (con mansioni di elettricista) – assicurandogli uno stipendio di circa 52 mila euro in tre anni, di gran lunga superiore al valore del lavoro effettivamente prestato (dallo stesso datore quantificato in circa 3 mila euro) – nonché Gaetano Nostro, con mansioni di sorvegliante degli altri lavoratori (mansioni, peraltro, mai svolte effettivamente ancorché ritualmente retribuite).

Siffatta conclusione investigativa, peraltro, trovava ulteriore riscontro nelle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, secondo cui, per un verso, Spartà ricoprisse il ruolo di referente del clan fondato dal fratello detenuto Giacomo e, per altro verso, la ditta facente capo all’imprenditore risultasse sotto la “protezione” del predetto gruppo criminale.

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