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Alla riscoperta di Messina: la Fontana di Orione

Alla riscoperta di Messina: la Fontana di Orione

Verso la fine del Quattrocento la città di Messina versava in condizioni igienico-sanitarie piuttosto critiche e ciò era dovuto, in particolar modo, all’assenza di un impianto fognario degno di questo nome.
Lo smaltimento di quelle che oggi chiamiamo acque nere, e che nei documenti dell’epoca vengono invece definite acque luride, avveniva infatti a mezzo di “pozzi neri a dispersione”, nei canali a cielo aperto, nelle fiumare o più semplicemente per le strade.
Si pensi che ancora nell’800, benché la situazione fosse complessivamente migliorata, tali liquami venivano smaltiti attraverso sconnessi canali interrati il cui sbocco, in prossimità delle acque del porto, spesso d’estate doveva essere chiuso a causa del terribile odore che da lì si espandeva ammorbando vaste zone della città.

Inoltre, grazie alla propria posizione geografica, al centro del Mediterraneo, Messina vantava un fiorente import-export commerciale legato al proprio porto, sua prima fonte di introiti, che però determinava un continuo afflusso di visitatori che peggiorava ulteriormente le già precarie condizioni igieniche della città.

Per questi motivi intorno al 1530 il Senato messinese diede mandato all’Ingegner Francesco La Camiola di avviare dei lavori che, sfruttando le risorse idriche offerte dai vicini monti Peloritani, consentissero un maggiore afflusso di acqua in città, migliorandone le condizioni sanitarie.
La Camiola, nominato Mastro delle acque, diresse dunque l’operazione di scavo attraverso la montagna necessaria ad allacciare tra loro le sorgenti di Camaro, Bordonaro e Cumia, oltre che la realizzazione delle piscine di deposito e di distribuzione.

Tutto ciò fece da preludio alla successiva realizzazione dell’acquedotto del 1547. Prima che tali opere d’ingegneria idraulica venissero ultimate, il Senato cittadino istituì una commissione il cui compito sarebbe stato quello di individuare dei “valenti artisti”, per la realizzazione nella piazza del Duomo di una fontana monumentale che celebrasse “l’ingresso delle acque” in città.

L’incarico fu assegnato allo scultore fiorentino Giovanni Angelo Montorsoli, allievo di Michelangelo Buonarroti. Questi, coadiuvato dal suo apprendista Martino Montanini e da numerosi scultori locali, scolpì i vari componenti della fontana, che poi rimasero in un deposito per alcuni anni. Ciò nell’attesa che venisse demolita la piccola chiesa intitolata a San Lorenzo martire al posto della quale, con il permesso di Papa Paolo III, sarebbe sorta l’opera dell’artista.
La fontana fu infine montata e ultimata nel 1553 come attesta una epigrafe scolpita collocata nella galleria sottostante.

La fontana è dedicata ad Orione, il gigante generato dall’urina (da cui deriva il suo nome originario: “Urion”, successivamente mutato nella forma odierna) di Giove, Nettuno e Mercurio, a cui la mitologia latina attribuisce la fondazione di Messina.
Secondo il mito, infatti, Orione presiedette il lavori per la costruzione di Zancle e, per arginare le frequenti mareggiate che si abbattevano sulla costa, realizzò un grande terrapieno che costituì il Capo Peloro. Qui, racconta Esiodo, Orione costruì un tempio dedicato a Nettuno e la leggenda vuole che ancora oggi, di tanto in tanto, qualcuno riesca a scorgere sul fondo del Pantano Piccolo, a Torre Faro, le antiche mura di questo tempio.

La fontana, per la cui realizzazione Montorsoli ricorse largamente al marmo di Carrara, presenta una struttura piramidale al cui apice troviamo Orione con ai piedi il suo fedele compagno, il cane Sirio. Il mitico fondatore presenta la mano destra alzata, probabilmente per sorreggere una mazza o una lancia ormai non più esistente, mentre la sinistra poggia sullo scudo su cui campeggia lo stemma di Messina. Al di sotto vi sono quattro puttini che cavalcano delfini dalle cui bocche fuoriesce acqua che si versa nella stessa vasca in cui sono contenute queste figure.

A seguire verso la base della fontana vi sono 4 naiadi (ninfe delle acque che nella mitologia greca erano portatrici di fecondità, ristoro e protettrici del matrimonio), e 4 tritoni contenuti in una seconda vasca di dimensioni maggiori rispetto a quella che la sovrasta.

Alla base della fontana, vi è una grande vasca a dodici lati adornata da 8 bassorilievi, rappresentanti miti relativi al tema dell’acqua, e 4 statue raffiguranti i fiumi Nilo, Tevere, Ebro e Camaro. Il Camaro, nonostante fosse un torrente, fu comunque accostato agli altri tre fiumi poiché era il corso d’acqua che alimentava la fontana.
Secondo gli studiosi, inoltre, alla creazione di questa complessa iconografia collaborò lo scienziato-umanista messinese Francesco Maurolico che compose i distici latini incisi sul bordo della prima vasca, sotto le quattro statue delle divinità fluviali.
L’opera è infine completata da 4 ulteriori piccole vasche, contenute nella base dodecagonale, e 8 mostri acquatici in pietra nera.

Definita dallo storico d’arte Bernard Berenson “La più bella fontana del Cinquecento europeo”, ottenne notevoli apprezzamenti al punto che il Senato messinese decise di commissionare allo scultore una seconda fontana, oggi conosciuta come fontana di Nettuno.

Alberto Caminiti

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