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Intervista a Domenico Panarello, attore emergente messinese: è Renato ne “Il Cacciatore” su  Rai2

Intervista a Domenico Panarello, attore emergente messinese: è Renato ne “Il Cacciatore” su Rai2

Il Cacciatore è una serie tv tratta dal romanzo autobiografico “Il cacciatore di mafiosi” di Alfonso Sabella, magistrato e membro del pool antimafia di Palermo che, nel periodo immediatamente successivo alle stragi di Capaci e di via D’Amelio, rese possibile l’arresto di numerosi mafiosi e latitanti appartenenti a Cosa Nostra. Ed è nelle ultime due puntate della seconda stagione (andate in onda ieri sera su Rai2 e che possono essere riviste in streaming su RaiPlay) che appare Renato, personaggio interpretato dall’attore emergente messinese Domenico Panarello.

Domenico, partiamo da lontano, come sei entrato a far parte del mondo della recitazione?

Ho iniziato a recitare tra i 15 e i 16 anni in delle rappresentazioni teatrali amatoriali, lì ho cominciato a capire che stare sul palcoscenico mi piaceva moltissimo e che mi consentiva esprimere la mia vena comica.
Quando dopo il liceo ho cominciato a fare giurisprudenza, dopo pochi mesi di lezione mi sono accorto che non era quello che volevo fare veramente, e ho subito capito che non sarei stato felice se non avessi provato a fare quello che veramente mi piaceva.
A quel punto ho deciso di voler fare l’attore, mi sono iscritto al DAMS di Messina e ho frequentato un laboratorio al teatro Vittorio Emanuele dove ho conosciuto il mio maestro Francesco Vadalà, che mi ha formato. In questo periodo ho fatto molte esperienze teatrali, soprattutto sulla commedia dell’arte, fino a quando intorno al 2014 ho cominciato ad avvicinarmi al mondo del cinema frequentando dei corsi che mi hanno portato a prendere la decisione di lasciare la mia città per trasferirmi a Roma, dove ho frequentato un’accademia a Cinecittà e dopo essermi diplomato ho cominciato questa carriera.

Il Cacciatore è una serie tv che sembra andare al di là della semplice descrizione del fenomeno mafioso, indagando sul qualcosa di più profondo. Cosa ne pensi?

Intanto hai detto bene è una serie tv, non una fiction.
Perché quando parliamo di fiction sulla mafia siamo portati a pensare a prodotti in cui bene e male vengono presentati in maniera monodimensionale, stereotipata. Questa invece è una storia che grazie all’eccellente scrittura ti porta a scoprire la complessità umana di tutti i personaggi.
Ad esempio la straordinaria interpretazione che Alessio Praticò fa di Enzo Brusca ti consente di andare oltre la figura del criminale facendone emergere la fallibilità, la fragilità, comuni a quelle di chiunque altro. Questo ovviamente non significa giustificare le atrocità commesse da queste persone ma è qui che per me sta la differenza tra fiction e serie tv: nella capacità di descrivere tutte le sfumature dell’animo umano. E lo stesso vale per Saverio Barone, personaggio principale, ispirato alla figura di Alfonso Sabella ed interpretato da Francesco Montanari, che durante l’evolversi della trama vive dei momenti di oscurità.

E sotto il profilo dell’intrattenimento?

Il Cacciatore è stata definita serie ponte, perché le sue tematiche si avvicinano a quelle di prodotti più tradizionali come “La piovra” ma allo stesso tempo porta con sé elementi di modernità che la rendono un po’ crime ed action, rendendola paragonabile a serie moderne come Narcos.

Parliamo del tuo personaggio, Renato: chi è e come si colloca nella serie?

Renato è un ragazzo di circa 23 anni che viene da un contesto familiare particolare: il padre è un operaio comunista che ha problemi con l’alcol e che sfoga i suoi disagi sul figlio, picchiandolo. Una situazione che genera in Renato una voglia di rivalsa e di indipendenza che lo porta a tentare di rapinare una persona. Questa persona però è Pietro Aglieri (braccio destro del boss Bernardo Provenzano, ndr) che in quest’occasione nota il talento criminale, mettiamola così, di Renato e decide di prenderlo pian piano sotto la sua ala.
In sostanza lo definirei un cane sciolto, un giovane in crisi che pur di non seguire lo stesso percorso del padre con cui è profondamente in conflitto sceglie la strada del crimine.

Quindi un personaggio che, come spesso accade, ha un vissuto molto diverso rispetto a quello di chi lo interpreta. Come riesce Domenico a superare questa distanza e a diventare qualcuno di cui magari potrebbe non essere fiero?

Una delle cose che ho imparato è che quando ti danno un personaggio non lo devi né giudicare né giustificare, per interpretarlo al meglio il punto è capire quali sono le esperienze che lo hanno reso ciò che è, quali sono le sue motivazioni.
Poi quando si lavora su un personaggio, pur essendo diametralmente opposto a te, come nel mio caso, puoi comunque trovare delle analogie con la tua vita ed adattarle al contesto. Ad esempio Renato vive uno stato di inquietudine ed incertezza che mi ha ricordato quello che prova chi sceglie di fare l’attore. Perché io adesso ho avuto quest’opportunità con Il Cacciatore ma purtroppo la nostra vita, come mi disse una volta il mio maestro, è aspettare che il telefono suoni.

Alleggeriamo un po’ i toni, qual è la cosa più curiosa che ti è capitata sul set?

Nel 2017 ho fatto un provino per una piccola parte nella prima stagione del Cacciatore, mi presero ma poi la scena venne tagliata e non andai in onda. Nel 2019 però Enrico Roccaforte, mio ex docente in accademia, mi fa sapere che la casting director del Cacciatore era alla ricerca di una spalla (la figura che dà le battute a chi fa materialmente il provino, ndr). In questo periodo ho avuto modo di dimostrare di sapermi destreggiare sia nelle parti dei cattivi che in quelle dei buoni, così hanno deciso di farmi fare il provino per uno dei nuovi ruoli della seconda stagione… ed è andata bene!

Com’è per un emergente stare sul set con attori già affermati? Si impara da loro o c’è della distanza?

Trovarsi nella roulotte a fianco di attori del calibro di Montanari, che solitamente si è abituati a vedere da spettatori, e avere la possibilità di lavoraci insieme fa sicuramente un certo effetto ed è stato bello vedere come rimangano comunque persone umili e disponibili.
La trama, ad esempio, porta il mio personaggio a stretto contatto con Pietro Aglieri, interpretato da Gaetano Bruno. Un attore di altissimo livello che adesso è negli USA per girare Fargo 4, tanto per intenderci. Lui mi ha dato dei consigli e mi ha fatto sentire a mio agio aiutandomi a trasformare la mia ansia in adrenalina.

Qual è l’elemento di questa serie che ti ha colpito di più dal punto di vista umano?

A me piace la forza con cui viene descritto fino a che punto uomini dello Stato abbiano sacrificato la loro vita per mettere in carcere i criminali che hanno devastato la nostra terra. Passando anche attraverso fallimenti ed estrema sofferenza interiore, come fa emergere perfettamente Montanari nel momento in cui il suo personaggio non riesce a salvare un bambino di 15 anni, rapito e poi ucciso da dei non-uomini che lo volevano usare come arma per ricattare il padre, Santino Di Matteo, che aveva deciso di collaborare con la giustizia.

In conclusione, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Sicuramente la mia più grande aspirazione è debuttare sul grande schermo e mi piacerebbe tantissimo fare una commedia, perché è il genere che da sempre sento più vicino. Il massimo sarebbe riuscire a scriverla da me, oltre che interpretarla, e spero di riuscire a farlo con la società di produzione che abbiamo aperto da poco con altri ragazzi messinesi e alcuni ex colleghi di accademia che si chiama Cattive Produzioni.

Alberto Caminiti

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